SCHEGGE DI VITA PAESANA
Antonio Senes
(Qb N° 2 ANNO II, 1976)
Chiudevo la nota comparsa nel precedente Quaderno con un cenno piuttosto generico e sommario di una curiosa e strana usanza locale, oggi tramontata quasi completamente. Da alcuni lettori della nota mi vennero richieste notizie e informazioni più esaurienti e dettagliate su questa tradizionale usanza locale. Penso interessi un po’ tutti i Bolotanesi in genere. E posto che io, e non molti altri, matusa come me siamo in grado di darle, mi accingo io a soddisfare tale domanda legittima.
Mi piace al riguardo ricordare che molti anni fà il compianto amico Salvatore Cambosu, mi fece una domanda analoga. Lo aveva colpito la strana usanza, quando, oltre 40 anni fà, reggeva le sorti del paese come podestà. Gli servivano i dati per uno studio da lui intrapreso sulle tradizioni sarde, note o no, caratteristiche o curiose. Gli risposi subito, lieto di fare cosa gradita, all’amico, che stimavo come uomo, per la sua integrità morale e per il suo carattere schivo da qualsiasi esibizionismo; e lo apprezzavo come scrittore, dallo stile limpido, forbito e fluido, nel suo romanzo Lo zufolo, in Miele amaro e nelle novelle e bozzetti che scriveva sui giornali di terra ferma. Il male che lo minava, lo portò immaturamente alla morte e non potè usufruire del materiale raccolto. Non sono in grado di conoscere l’origine della strana usanza: unica per quanto a me consta, nell’Isola. Ritengo si riallacci ad altra analoga antica: il lettore lo farà per suo conto. Sempre che non vi provveda Francesco Alziator, a dare una spiegazione pet suo conto. Perfino il nome: terra cuza to! è strano, e pare proprio appiccicato senza ragione alcuna, alla strana nostra usanza. La terra cuzza, si sa, è così chiamata localmente l’argilla. Ed è usata, convenientemente trattata per ammorbidirla e liberarla delle impurità, dai ragazzi per plasmare delle statuette e dei pupazzi, più o meno artistici, secortdo l’abilità dell’artista; e dagli innestatori per coprire i1 taglio del ramo innestato e 1a marza infilata nel taglio.
Or dunque fra la fine di agosto e la fine di settembre, quando l’uva comincia a maturare, i giovanotti, specie quelli addetti alla custodia delle vigne, si congregano nelle colline attorno al paese nella incipiente frescura di fine estate. E forse un inconscio timido desiderio di amore, una oscura aspettazione dei sensi che si destano, li spinge a questa usanza. Dai colli attorno al paese, dunque, nelle prime ore della sera, viene lanciato ad alta voce una specie di colloquio, uno scambio di domande stereotipate, fra due giovanotti, e di risposte. E la voce si diffonde nel silenzio in ogni strada del borgo, ove la gente si attarda alla frescura e le donne parlottano del più e del meno, dei fatti del giorno. E’ una specie di pronostico di future nozze, o almeno di amoreggiamenti nascosti. Ed ecco come ha inizio e svolgimento il colloquio.
Uno dei terracuzadores, così son chiamati, interpella l’amico: terra cuza to! E risponde l’altro, accettando praticamente l’invito: e cuza. E così chiede il nome del maschio; su caddu? Risponde il primo dandolo. E il secondo chiede il nome della giovane: e s’ebba? Avutolo, se il pronostico è di suo gusto, risponde: ei, ei, già andat bene. Se, al contrario, non è di suo gradimento, dirà che non va bene: per lui si intende.
Questo dunque è il modo di svolgersi di questa tradizionale usanza del terracuzare. Ma bisogna pur dire che le giovani, sas baghianas, hanno in genere gusto ad essere terracuzadas, di esser designate come possibili spose. Senton orgoglio di esser tenute in considerazione dai giovanotti. Talchè, se taluna è stata dimenticata dae sos terracuzadores e mai viene chiamata e non le viene attribuito alcun innamorato durante tutta la stagione, ne ha come un senso di vergogna, una specie di disinganno e di delusione. E le… amichette la deridono per conto loro: mancu terracuzadu t’hana !
Si intende che non sempre le cose scorrono lisce in codesto modo; che ovviamente è più un gioco che altro, e svolto senza malizia: o, se ve ne è qualche vena, resta pur sempre da ridere. Ma talvolta, ci sembra di averci accennato, vi si mette la beffa, o addirittura lo scorno o la velenosa calunnia. Come quando i due terracuzadores uniscono idealmente la più bella ragazza del paese, o la più ricca col solito scemo, maccu, del villaggio, o con un povero diavolo qualsiasi. O, peggio ancora, quando una donna maritata viene idealmente unita col suo preteso o sospettato amante.

